Appartengo alla prima generazione umana che durante tutta la vita ha pensato che le vacanze e il turismo in genere fossero un obbligo sociale al pari dell’andare a scuola o di lavorare.

Io come tutti quelli della mia generazione nati in una grossa città abbiamo considerato normale che a agosto tutte le famiglie facessero una migrazione di massa tipo stormo di sterpazzole della Sardegna e che questo fosse normale e insisto nella specie umana dalla notte dei tempi.

Ma semplicemente non sapevamo che il termine turista o turismo sono stati usati ufficialmente per la prima volta nel 1947 alla Società delle Nazioni.

Millenovecento quarantasette.

Sì esistevano forme di turismo già in precedenza ma erano riservate solo alle elite e avevano sempre una funzione di istruzione o di lavoro.

Così si decise pure che questo nuovo settore industriale andasse inquadrato nella nascente industria culturale perchè in effetti 70 anni fa si pensava che ci si spostasse ancora per dei fini culturali o per lo più sanitari.

E come per moltissime attività culturali dello scorso millennio ci si impiegò pochissimo ad arrivare qui.

E nonostante ciò non si pensò a cambiare i concetti che c’erano dietro a questa nuova idea di turismo ma si pensò di trovare la soluzione diluendo il numero di privilegiati vacanzieri in migliaia di km di spiagge in giro per il mondo credendo che questa fosse la soluzione a tutti i problemi.

Come se una cassetta di pesce marcio smettesse di puzzare una volta diviso tu tanti piatti in argento.

E l’obbligo sociale delle vacanze era diventato talmente forte che sempre più famiglie ricorrevano a debiti per potersi fare quei 15 agognati giorni di ferie, rimbalzando tra aeroporti, file al casello, spiagge stracolme e dissenterie tropicali.

Fino al Covid, quando la mia generazione agiata, quella che in effetti non si rendeva conto di stare dedicando il 15% del PIL a questa nuova moda si rese conto che in effetti bastava così poco a trasformarla in generazione disagiata e che il suo diritto al viaggio non fosse altro che un privilegio di un tempo troppo ricco e opulento.

Ci si è quindi ritrovati a rivalutare Viserbella Marina o a dare finalmente un po’ di aria alla vecchia casa amuffita in collina dei nonni e non è stata una tragedia.

Certo la voglia di farsi un selfie su una spiaggia tipo Rosignano Solvay resta ancora nel cuore di tutti ma si è anche capito che non è che ci fosse quest’obbligo a tutti i costi di muoversi tanto e soprattutto per gli italici farlo solo nei giorni a cavallo di ferragosto.

E veniamo quindi al presente.

Da due anni ormai il traffico di turisti internazionali è completamente bloccato. I paesi che vivevano un rinascimento indotto dal turismo, e parlo soprattutto delle piccole isole tropicali e delle grandi città d arte, sono in ginocchio.

Non ci sono certezze sui tempi della ripresa della possibilità di volare e ancora meno sulla tenuta della filiera almeno così come la avevamo conosciuta.

Tantissimi attori di questa industria si sono dovuti reinventare in nuove attività, molti altri lo faranno a breve.

Investimenti nel settore saranno quasi inesistenti perché nessuno vorrà mettere i propri soldi in un settore così fragile che basta che un pangolino si ingroppi un pipistrello per perdere tutto.

Per quello che posso predire dal mio piccolo angolo di mondo con 15 anni di esperienza nel settore è che ben difficilmente torneremo ai livelli di due anni fa e forse sarà un bene. Dimentichiamoci i gruppi da 20 persone con tour leader appresso, dimentichiamoci le settimane al resort ai caraibi full inclusive.

Credo che sarà un cambiamento più dettato da una trasformazione degli standard sociali e ristrettezze economiche e meno dai punti nevralgici come igiene e sicurezza che tanto si stanno analizzando.

L’igiene e la sicurezza non credo siano punti essenziali del discorso se non solo sulla carta: durante questo covid abbiamo visto quanto gli italiani stessi ci tengano a norme sociali che riguardino la salute e comunque se veramente fossero così attenti alla propria salute mettendola come unica priorità della vita nessuno abiterebbe più in pianura padana.

Le ristrettezze economiche invece incideranno più così come una produzione multimediale che è stata riservata solo all’europa in questi due anni.

Se per due anni i content creator han solo parlato di europa, i relativi consumatori di questi prodotti di conseguenza per i prossimi due anni almeno saranno focalizzati solo su questi prodotti.

E dopo due anni con le comodità di Viserbella, la buona piadina economica, gli amici al bar , il bel wifi nella camera forse saranno più forti della voglia di farsi 40 ore di aereo per stare su una striscia di sabbia come ne puoi trovare ovunque nel mondo.

Cosa resterà quindi a noi disperati naufraghi su una nave straniera in piena tempesta?

Credo che torneranno le elites, quelle che si erano tanto diluite in questo periodo di turismo di massa, quelle abituate da generazione a fare viaggi e non solo per rispondere a un dovere sociale.

Passerà la moda del turismo come forma sublimata della critica sociale perché ci permette vivere temporaneamente come cittadini di società ideali, ma del tutto artificiali e ritornerà l’immersione in un mondo sconosciuto e diverso per poter apprendere e conoscere qualcosa di reale.

Per fortuna il turismo è morto, ma qualcosa di bello sta nascendo comunque.

Un pensiero su “Oggi parlo di turismo

  1. Che dire? Nessuna esperienza delle Viserbelle!!Facevo il ginnasio quando gli Italiani hanno conquistato il K2, ho delirato per le montagne (a 17 anni, con il CAI, avevo già scalato il M.Bianco, la Dufour e le altre cime del Monte Rosa). Ho studiato Medicina e poi Pediatria a Pavia come un’eremita, perché ero rimasta sola al mondo. Chi pensava a Viserbella…
    Dopo sposata ho trascinato mio marito e i miei tre figli sulle montagne che avevo amato e lui ha trascinato me sul Gargano, la sua terra: abbiamo allevati i bambini sulla barca di legno, lungo la costa di inimitabile bellezza.
    E adesso che siamo in pensione, non esiste la Viserbella: ci ha preso questa manìa del diritto di tutti ad avere dei diritti. Da 24 anni, l’Africa è il lavoro e la vacanza.

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