Spesso si fa riferimento al termine schiavitù per descrivere la situazione di tanti nuovi appartenenti alla gig economy nei paesi occidentali, ma lo si fa essendosi dimenticati o non avendo proprio conosciuto la schiavitù per quello che è veramente stata nei secoli scorsi, facendo perdere alla parola stessa la drammaticità della situazione che fino a qualche anno fa descriveva perfettamente.

Purtroppo manca spesso il poter toccare con mano lo stato di schiavitù e le versioni hollywoodiane purtroppo non aiutano l’omino lambda a capire veramente cosa c’ è dietro a una vera situazione di schiavitù.

Intanto cominciamo col dire che nessuno in Italia che io sappia è uno schiavo tout court: quelli che si lamentano del loro stipendio da mille euro che li rende degli schiavi moderni sono solo ignoranti che non capiscono che in un giorno riescono a mettere in tasca i soldi che la maggior parte della middle class mondiale ha difficoltà a mettere via in mesi di sacrifici. Quelli che si lamentano che i costi in Italia non sono gli stessi dovrebbero chiedersi cosa costi in Italia dormire dentro una casa di cartone… perché in Africa le case in cartone hanno un affitto. Ci si chieda pure quanto costi una dieta fatta da 10 kili di riso, 100 grammi di carne e due kili di erbette varie che si possono trovare facilmente nei prati; perché questa è la dieta della working class africana. Vi assicuro che vivere come un proletario africano costerebbe molto meno in Italia che in Africa, tralasciando tutti i servizi gratis che lo stato italiano metterebbe a disposizione, come spazi riscaldati, rubinetti con acqua gratis, un pronto soccorso gratis e tantissime altre cose di cui in effetti si ha spesso difficoltà a rendersene conto.

Ma sto divagando e vorrei tornare in tema: i veri schiavi. Nei paesi poveri esiste una classe rappresentata quasi esclusivamente da donne che hanno una situazione che per me non è difficile chiamare schiavitù moderna: si tratta spesso di giovani ragazze, spesso minorenni o addirittura bambine, che fanno quel lavoro che può richiamare quello che da noi era il lavoro della serva, molto utilizzato nelle grandi città fino agli anni 60. Ragazze inviate dalla famiglia a padrone, obbligate a lavorare dall’alba al tramonto sette giorni su sette. Ragazze alle quali è corrisposto uno stipendio ridicolo e non sempre: qui per esempio tra la popolazione locale di città si parla di uno stipendio di circa 10 euro al mese. Stipendio che regolarmente però va nelle tasche della famiglia che ha inviato la ragazzina.

Sono le prima a svegliarsi e le ultime ad andare a dormire, si occupano di tutto: pulire, far da mangiare, accompagnare i piccoli a scuola, sistemare il giardino, buttare la spazzatura……. tutto.

Poi se la padrona ha voglia di un massaggio ai piedi alle 3 del mattino eccola pronta

O se il padrone c’ha una voglia strana notturna eccola sempre prontissima, cercando sempre di non rimanere incinta che sarebbe un disastro visto che significherebbe perdere il lavoro e il rispetto della famiglia (visto che toglie uno stipendio e aggiunge un’ennesima bocca da sfamare).

Anni fa ne trovarono un paio a casa di un ambasciatore africano a Parigi. Tra lo stupore della popolazione di provenienza e pure del padrone stesso delle ragazze, lui fu accusato di riduzione in schiavitù.

Per cui smettiamo di credere che in Italia esistano schiavi se non quelli affrancati e che lo fanno per scelta o quasi. I veri e originali schiavi sono altrove e di sicuro non si rischia di trovarseli sfruttati per fini politici.

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